Hai l’ADHD o sei solo stressata? Per capirlo, diffida dei test online


Dimentichi dove hai messo le chiavi di casa e magari ce le hai in mano, entri in una stanza e non ricordi perché, perdi sempre il filo del discorso e la notte rimugini a manetta. Poi apri i social, trovi questi comportamenti messi insieme in un reel dal titolo “Sintomi di ADHD” ed ecco che il dubbio ti assale. Il problema è che, una volta guardato quel reel, l’algoritmo continua a tartassarti con contenuti di questo tipo e il dubbio si trasforma in certezza, corroborata dalla quantità di profili che spiegano come capire i segnali e propongono un test per arrivare alla diagnosi. Sono affidabili? Quali comportamenti ci dicono davvero se siamo parte della statistica dei casi in aumento? E come si distinguono da quelli di una vita semplicemente troppo piena e frenetica?
Sintomi comuni ma non esclusivi
Molti dei comportamenti descritti nei contenuti social, come dimenticare dove abbiamo lasciato un oggetto, distrarci facilmente, procrastinare o avere difficoltà a organizzare gli impegni, possono essere presenti nelle persone con ADHD. Il punto, però, è che questi non sono comportamenti esclusivi di questo disturbo. «Le stesse difficoltà possono manifestarsi durante periodi di stress intenso, ansia, stanchezza o sovraccarico mentale. Quando siamo costantemente impegnati a gestire più cose contemporaneamente, le nostre risorse attentive possono risentirne. Può capitare, ad esempio, di entrare in una stanza e dimenticare cosa stavamo cercando perché la nostra attenzione era già rivolta a qualcos’altro», assicura Monica Margiotta, psicologa a orientamento cognitivo-comportamentale.
«Anche una particolare sensibilità ai rumori può essere presente nell’ADHD, ma non costituisce, di per sé, un criterio diagnostico. Il rischio dei social è proprio quello di presentare comportamenti molto comuni come se fossero segnali inequivocabili di un disturbo».
Una questione di tempo
L’ADHD non è una semplice lista di comportamenti, ma una condizione del neurosviluppo caratterizzata da un insieme di sintomi di disattenzione e/o iperattività e impulsività che devono essere valutati considerando la loro persistenza, la storia della persona e le conseguenze sul funzionamento quotidiano. «Uno degli aspetti più importanti da considerare è la continuità delle difficoltà nel tempo», suggerisce Margiotta. «Per esempio, se una persona attraversa un periodo particolarmente impegnativo sul lavoro può iniziare a dimenticare appuntamenti, sentirsi disorganizzata o avere difficoltà a portare a termine le attività. In questi casi, le difficoltà possono attenuarsi quando diminuiscono le richieste ambientali o quando si riesce a recuperare energie».
Nell’ADHD, invece, i sintomi hanno origine nell’età evolutiva, tendono a persistere nel tempo e si manifestano in diversi ambiti della vita. «Questo non significa che le difficoltà debbano presentarsi sempre con la stessa intensità. Le persone con ADHD possono attraversare periodi in cui riescono a gestirle meglio, soprattutto quando dispongono di strategie efficaci o si trovano in ambienti particolarmente favorevoli».
Quando la vita si inceppa
Insomma, il confine è molto sfumato, per questo un altro elemento da considerare è l’impatto sulla quotidianità. «Essere occasionalmente distratti è un’esperienza comune; merita invece un approfondimento incontrare difficoltà ricorrenti nell’organizzazione, nel rispetto delle scadenze o nella gestione delle responsabilità, con conseguenze significative sul lavoro, nelle relazioni o nella vita personale», consiglia Margiotta. «Dunque, non è tanto una singola difficoltà a fare la differenza, quanto la sua presenza in più contesti e il modo in cui interferisce con la vita quotidiana».
Screening sì, diagnosi no
Ma esistono strumenti di screening scientificamente validati che aiutano a individuare sintomi compatibili con l’ADHD nell’adulto? «Sì, uno dei più conosciuti è l’Adult ADHD Self-Report Scale (ASRS), sviluppato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità», spiega la psicologa. «Si tratta di questionari che possono essere utili per capire se determinate difficoltà meritino un approfondimento clinico, ma è fondamentale distinguere lo screening dalla diagnosi. Infatti, un risultato positivo non significa necessariamente avere l’ADHD, così come un risultato negativo non è sufficiente, da solo, a escluderlo».
In ogni caso, occhio ai test disponibili online. «Per valutarne la validità scientifica è importante verificare che venga indicato il nome dello strumento, che esistano studi scientifici a supporto e che siano chiaramente spiegati i suoi limiti. Diffiderei del tutto, invece, dei test che promettono una diagnosi certa in pochi minuti o che associano automaticamente alcuni comportamenti comuni alla presenza del disturbo. La diagnosi richiede una valutazione clinica approfondita da parte di professionisti qualificati con competenze specifiche nell’ADHD». Un test online può quindi aiutarci a formulare una domanda, ma non può darci, da solo, una risposta.
Trovare una causa dà sollievo
Il rischio è che nella risposta del test online noi leggiamo subito una diagnosi, perché l’idea di aver trovato una spiegazione e un nome ai comportamenti che mettiamo in atto automaticamente e che ci creano disagio, come dimenticare le cose o procrastinare, è confortante, ci crea una sorta di alibi e, quindi, di sollievo. «Credo che alla base ci sia, prima di tutto, un bisogno profondamente umano: quello di dare un significato alle nostre esperienze, soprattutto quando ci provocano disagio o frustrazione. Trovare una possibile ragione può offrire sollievo perché permette di guardare quelle difficoltà da una prospettiva diversa, meno giudicante».
I social possono favorire questo passaggio perché propongono contenuti brevi e immediati nei quali è facile riconoscersi, sentirsi compresi. «Ma una diagnosi dovrebbe aiutarci a comprendere meglio il nostro funzionamento, non diventare un’etichetta attraverso cui interpretare ogni comportamento. E non tutte le difficoltà hanno bisogno di un nome diagnostico per meritare attenzione».
La trappola dell’algoritmo
L’algoritmo, che continua a proporci contenuti in linea con quelli con cui abbiamo interagito, ha una sua responsabilità perché l’esposizione ripetuta può influenzare il modo in cui interpretiamo le nostre esperienze. «Potremmo cominciare a prestare maggiore attenzione ai comportamenti che sembrano confermare l’ipotesi di avere un disturbo, trascurando quelli che non sembrano compatibili», dice Margiotta. «È un meccanismo riconducibile al cosiddetto bias di conferma, cioè la tendenza a ricercare o interpretare le informazioni in modo coerente con un’idea che abbiamo già formulato. Inoltre, i contenuti che suscitano curiosità, preoccupazione o un forte senso di identificazione possono favorire le interazioni e la condivisione. Questo contribuisce alla loro diffusione, indipendentemente dall’accuratezza scientifica delle informazioni».
Le domande da farsi per capire se hai l’ADHD o sei solo molto stressata
- Da quanto tempo mi succede di dimenticare cose, perdere il filo del discorso, non riuscire a mantenere la concentrazione? È una difficoltà che riconosco fin dall’infanzia, oppure è comparsa in un periodo particolarmente impegnativo della mia vita?
- In quali situazioni si manifesta? Mi capita soprattutto quando sono sotto pressione, quando ho dormito poco o quando mi sento emotivamente in sovraccarico? Oppure incontro limiti simili anche in momenti di relativa tranquillità?
- Cosa succede quando riesco a riposare o a ridurre gli impegni? Le difficoltà diminuiscono oppure continuano a presentarsi?
- Che cosa occupa la mia mente quando non riesco a concentrarmi? Sono preoccupata per qualcosa? Sto rimuginando su un problema? Mi sento mentalmente in burnout? Oppure faccio fatica a mantenere l’attenzione anche quando non avverto particolari preoccupazioni?
Queste domande servono ad acquisire maggiore consapevolezza, ma non costituiscono un test diagnostico. Stress, ansia, difficoltà legate al sonno e ADHD possono presentare manifestazioni simili e, in alcuni casi, coesistere. Per questo, la domanda più utile da porsi non è immediatamente “Quale disturbo ho?”, ma “Che cosa sta succedendo nella mia vita e di cosa ho bisogno per stare meglio?”.
Source – starbene
