Le cause restano ancora da…
Le cause restano ancora da chiarire (responsabile certo è il fumo passivo) e non si può dire se i carcinomi nei non fumatori siano più o meno aggressivi, ma alcune mutazioni genetiche possono favorire la resistenza alle cure
Alcuni pazienti rispondono meglio alle terapie, ne traggono maggior beneficio e il cancro scompare o viene tenuto a bada per periodi molto lunghi. Altri no. Perché succede? Trovare la risposta significherebbe fare un passo avanti per offrire una cura più efficace ai più «sfortunati» ed è per questo che un numero crescente di ricerche si concentra su questa domanda.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Communications dagli scienziati del Francis Crick Institute University College di Londra, per esempio, ha individuato la compresenza due mutazioni genetiche (EGFR e p53) che aiutano il tumore ai polmoni ad aggirare i trattamenti e mettere in atto meccanismi di resistenza. In particolare, le conclusioni della ricerca indicano che i pazienti con adenocarcinoma polmonare non a piccole cellule (il tipo più frequente di cancro ai polmoni, che rappresenta circa l’85% dei casi) che hanno insieme mutazioni sia di EGFR che del gene p53, per lo più se non sono fumatori, sviluppano molto più rapidamente una resistenza alle terapie e vanno incontro a una prognosi peggiore rispetto, per esempio, a chi presenti unicamente la mutazione di EGFR. «Comprendere questi meccanismi ci consente di scegliere, fra i molti farmaci oggi disponibili, la strategia più adeguata nel singolo paziente» ha sottolineato Charles Swanton, autore principale dello studio.
Numeri e cause nei non tabagisti
Ogni giorno in Italia circa 115 persone scoprono di avere un tumore ai polmoni (per un totale di 44mila nuovi casi registrati nel 2023) e le stime indicano che circa il 20% interessa i non fumatori (per un totale di circa 8.800 diagnosi annue nel nostro Paese). Al di là del singolo risultato, cosa si sa oggi del cancro ai polmoni nei non fumatori? «Un caso su cinque di carcinoma polmonare riguarda un non tabagista – dice Silvia Novello, professore ordinario di Oncologia medica all’Università degli Studi di Torino e presidente di WALCE Onlus -. Questi pazienti sviluppano soprattutto un tipo di neoplasia (l’adenocarcinoma) e, anche se i dati riportati in letteratura sono contraddittori, sembrerebbe che i non tabagisti che si ammalano abbiano una migliore sopravvivenza. Quanto alle cause, sicuramente esiste una dimostrata predisposizione familiare, indipendentemente da quale sia il tipo di cancro, ossia non solo in presenza di casi familiari di neoplasia polmonare. Alcuni studi, poi, mettono in luce il ruolo di fattori genetici, ma la componente ereditaria deve essere approfondita e pare riguardare comunque un’esigua minoranza di pazienti».
Certo, invece, è il ruolo cancerogeno di altri fattori quali gas radon, asbesto (amianto), metalli pesanti (quali cromo, cadmio e arsenico) e inquinamento atmosferico.
Fumo (anche passivo) pericolo numero uno
Infine ancora troppo sottovalutato è il ruolo del fumo di seconda mano, anche delle sigarette a tabacco riscaldato, che invece fa lievitare il pericolo: «In Italia i fumatori passivi sono ancora molti, un fatto gravissimo soprattutto per i bambini» sottolinea Novello. Che il tabacco sia il principale fattore di rischio per il tumore al polmone e in particolare per la forma più diffusa è cosa ben nota. Senza le sigarette, infatti, quello che è il tipo di cancro più letale nel nostro Paese sarebbe una «malattia rara»: l’85% circa dei pazienti sono fumatori o ex fumatori. E il pericolo cresce insieme al numero di sigarette fumate e agli anni di tabagismo, ma è stato anche dimostrato che smettere (prima lo si fa, meglio è) porta molti vantaggi, compresa una riduzione del rischio di cancro.
Scelta delle terapie
Non si può dire se i carcinomi nei non fumatori siano più o meno aggressivi, non ci sono dati. «Però alcune alterazioni molecolari, quali EGFR, ROS1 o ALK (anche se in minor misura), hanno una maggiore frequenza nei non fumatori – dice Novello -. Grazie alla moderna medicina di precisione, in base alla presenza o meno di queste alterazioni è oggi possibile scegliere la terapia più indicata nel singolo paziente e avere speranza di ottenerne la massima efficacia. Oggi sappiamo che non esiste più un solo cancro al polmone, ma ne conosciamo diversi tipi e abbiamo tanti nuovi farmaci mirati contro le singole mutazioni (oltre ad ALK, EGFR, ALK, RET, MET, KRAS e altre ancora) per cui è determinante avere, fin dalla diagnosi, il profilo molecolare di ogni paziente per una medicina sempre più personalizzata. Per questo eseguire i test che identificano determinati marcatori tumorali è ancora più decisivo nei non fumatori». Le terapie sono le stesse per tutti pazienti? «Sì, non esiste un trattamento deciso esclusivamente sulla base della condizione di fumatore o non fumatore – sottolinea Novello -. Così come non ci sono farmaci o terapie che sono più o meno efficaci e riservati soltanto a una delle due categorie, quello che fa la differenza è il tipo di tumore e la presenza di target specifici».
Speranze di guarigione
I non fumatori hanno, dunque, più probabilità di guarire? «Anche se i dati riportati in letteratura sono contraddittori, molti studi riportano (a parità di altri fattori quali lo stadio di malattia e l’età) una migliore sopravvivenza nei soggetti affetti da tumore polmonare e non tabagisti, rispetto alla controparte che fuma o abbia fumato in passato – conclude l’esperta -. Sicuramente in questa osservazione va tenuto conto della buona prognosi di malattia per i pazienti con una determinata mutazione (EGFR, ROS1 o ALK) sottoposti a trattamento con terapia a bersaglio molecolare, cosi come va tenuto presente che i pazienti fumatori hanno anche altre patologie (oltre il cancro), che sicuramente complicano la situazione e hanno un impatto sulle aspettative di vita».
Source – Corriere.it – Salute

