I ricercatori di Tethys continuano…
I ricercatori di Tethys continuano ad imbattersi in esemplari che portano le ferite dovute agli scontri con i natanti. Spesso a causa della volontà dei turisti di avvicinarsi a fotografare le creature del mare ma senza avere cura di non danneggiarle
Lo hanno ribattezzato Atlante, come il titano che nella mitologia greca reggeva il cielo sulle proprie spalle come fardello inflittogli da Zeus per punizione. Ma per Omero era il conoscitore delle profondità marine e detentore dei pilastri che nell’Oceano Atlantico tengono separati il cielo dalla terra. Insomma, un gran bel personaggio. Il nostro Atlante è uno splendido capodoglio, una vecchia conoscenza per i ricercatori dell’associazione scientifica Tethys, che da anni pattugliano il Santuario dei cetacei Pelagos, tra le coste di Liguria, Toscana, Sardegna, Corsica e del Principato di Monaco, per tenere monitorate le popolazioni di balene e delfini che lo frequentano in gran numero.
Si chiama santuario, ma di fatto lo è solo sulla carta. Non ci sono grandi limitazioni sul transito delle imbarcazioni, sulle velocità che devono mantenere, sulle attività ittiche e perfino su quelle militari che spesso provocano rumori e vibrazioni che rischiano di disorientare la fauna marina. E, soprattutto, non c’è una consapevolezza diffusa su come da frequentatori del mare sia opportuno comportarsi in queste acque.
È proprio per questo che Atlante è così riconoscibile. Perché è un sopravvissuto alle attività umane. Le ferite che porta sulla coda lo rendono purtroppo unico. Il bordo è visibilmente frastagliato, come se fosse un pettine. E per un terzo la coda è completamente mancante. È stato avvistato due volte a distanza ravvicinata la scorsa settimana.
Per balene e delfini la coda è l’organo di propulsione. Nei capodogli emerge tipicamente sopra la superficie al momento dell’immersione, permettendo ai ricercatori di distinguere i diversi individui. E in molti casi i veterani di questi mari sono riconoscibili proprio grazie alle loro ferite, che sono quasi come dei tatuaggi di identificazione. Questo quadrante marino è particolarmente frequentato dalle imbarcazioni. I traghetti di collegamento con le isole, le grandi navi da crociera, i cargo commerciali. Ma anche i mezzi militari e i pescherecci. E, ancora, le tante barche a motore e da diporto che in questo periodo rendono il Ligure ancora più trafficato. E che stanno registrando una grande crescita.
«I capodogli (Physeter macrocephalus) sono una presenza regolare nei nostri mari – sottolinea Maddalena Jahoda, ricercatrice e divulgatrice scientifica di Tethys – e sono una specie iconica anche del Santuario Pelagos, la grande area marina protetta transnazionale istituita proprio per la tutela dei cetacei. In Mediterraneo ne vivono probabilmente meno di 2500 individui maturi, e la popolazione è in diminuzione, classificata a rischio di estinzione nella Lista Rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura». «Vedere dal vivo l’impatto di una collisione su questi animali – aggiunge Mario Gabualdi, responsabile per Tethys della raccolta dati nell’ambito del progetto Cetacean Sanctuary Research (Csr) – consente di capire immediatamente la gravità del problema».
Il progetto Csr viene portato avanti ogni anno come iniziativa di citizen science, con il coinvolgimento di centinaia di volontari che ogni anno partecipano alle uscite di osservazione e di raccolta dei dati. Che regalano ai partecipanti momenti unici e indimenticabili al cospetto di tutte le sette diverse specie di cetacei che è possibile incrociare al largo della Liguria. Ma i volontari a bordo della motonave Pelagos sono di solito studenti, biologi, ambientalisti, appassionati del mare. E a bordo della motonave Pelagos apprendono anche le norme per il corretto approccio con queste meraviglie marine.
Non altrettanto, purtroppo, si può dire dei tanti turisti che puntano soltanto a catturare immagini ad effetto come ricordo o da pubblicare sui social network. Nel periodo estivo questo fenomeno si verifica con frequenza maggiore. L’aumento delle imbarcazioni, tra l’altro, coincide con il periodo di maggiore presenza dei grandi cetacei che proprio in questa stagione si avventurano nel Santuario Pelagos per fare scorta di cibo. «Vediamo spesso barche che si avvicinano troppo agli animali – racconta Sabina Airoldi, direttrice del progetto Csr -. Lo fanno anche a velocità elevata, passando in mezzo ai gruppi e separando così tra loro gli individui, senza rendersi conto che oltre a disturbarli rischiano di ferirli gravemente. I video che vediamo sulle piattaforme social purtroppo ne sono la diretta testimonianza».
Qualche volta si tratta di puro disinteresse, del prevalere dell’esibizionismo sul buonsenso. Altre volte, magari, di semplice non conoscenza delle norme. Per informare i diportisti su come comportarsi in caso di avvistamento di balene o delfini Tethys, Guardia Costiera e Fondo per l’ambiente italiano (Fai) da qualche anno diffondono in tutti i porti un codice di condotta da seguire in presenza di cetacei, con l’obiettivo di rendere l’incontro una bella e profonda esperienza che non si trasformi però in una minaccia per gli animali.
«Le collisioni tra cetacei e imbarcazioni, compresi i motoscafi da diporto, possono anche uccidere sul colpo questi animali – puntualizza Caterina Lanfredi, vicedirettrice del progetto Csr -. Ma anche solo lasciarli feriti è un grosso problema. Spesso riportano gravi danni che possono compromettere le loro funzioni essenziali, come la capacità di alimentarsi. E questo diventa di conseguenza una minaccia alla sopravvivenza della popolazione».
Non è per fortuna il caso di Atlante, che nonostante le evidenti ammaccature sembra abbastanza in buona salute. È da tempo «attenzionato» dai ricercatori che con un idrofono, hanno potuto scoprire molto su di lui: dalle sue vocalizzazioni si è potuto evincere che si stava alimentando e anche che era in contatto acustico con altri capodogli presenti nell’area. Era stato avvistato per la prima volta nell’ottobre 2021 dai ricercatori di Menkab-Il Respiro del Mare, che ne avevano stimato all’epoca la lunghezza in circa 8 metri. E che avevano deciso di darli un nome così importante. Negli anni successivi è stato rivisto con una certa regolarità sia nel Santuario Pelagos che nelle acque di Ischia. «Si lascia avvicinare dalle barche senza dare segni di insofferenza – conferma Roberto Ranieri, comandante della motonave Pelagos -, e questo lo rende ancora più vulnerabile. Le sue cicatrici potrebbero essere state provocate anche dall’elica di una imbarcazione di dimensioni minori, non necessariamente di una grande nave».
Atlante non è il solo caso di grande cetaceo sopravvissuto all’impatto con un natante. A giugno era stata avvistata anche Propeller, una balenottera comune, conosciuta fin dal 1998 (nella foto qui sopra). Il nome dice tutto: l’animale ha una inconfondibile profonda cicatrice sul dorso, che fa subito pensare a un’elica, in inglese, appunto, «propeller».
