Quasi la metà dei casi potrebbe…

di Silvia Turin 

Quasi la metà dei casi potrebbe essere prevenuta o ritardata affrontando (a partire dall’infanzia) i fattori di rischio individuati dalla terza «Commissione Lancet». Nel 2050 le persone con declino cognitivo potrebbero essere 153 milioni 

Quasi la metà dei casi di demenza (che comprende anche la malattia di Alzheimer) potrebbe essere prevenuta o ritardata affrontando (a partire dall’infanzia) i 14 fattori di rischio individuati dalla terza «Commissione Lancet sulla prevenzione, l’intervento e la cura della demenza», presentata all’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC 2024) in corso a Filadelfia, Pennsylvania.

Tutti gli elementi 

Nel rapporto, pubblicato e presentato ieri sera, vengono individuati due nuovi fattori di rischio, il colesterolo «cattivo» alto (LDL) e il deficit visivo, associati da soli al 9% di tutti i casi di demenza.

Gli altri 12 sono quelli individuati sempre dalla «Lancet Commission» nel 2020: 

  • basso livello di istruzione, 
  • perdita dell’udito, 
  • ipertensione (pressione alta), 
  • fumo, 
  • obesità, 
  • depressione, 
  • inattività fisica, 
  • diabete, 
  • alcol, 
  • trauma cranici, 
  • inquinamento,
  • isolamento sociale,

collegati al 45% di tutti i casi di demenza. 

Demenza e perdita di memoria: 14 azioni per contrastare il declino, con due «nuove entrate»

Alcune variabili contano maggiormente nella prima infanzia, come l’istruzione (si veda immagine sopra, ndr), altre (la maggior parte) nella mezza età (da soli perdita dell’udito e colesterolo LDL alto aumentano il rischio del 14%) e infine tre fattori (isolamento, inquinamento e perdita della vista) incidono maggiormente in vecchiaia.

Il commento 

«È uno studio interessante – commenta Marco Trabucchi, psichiatra e past president dell’Associazione italiana di psicogeriatria – che si colloca nella scia dei molti che hanno reso più precisi i fattori di rischio contro la demenza e quindi hanno aumentato le possibilità di prevenzione. Riguardo ai due nuovi fattori: il primo, il colesterolo alto, è un co-fattore nel disturbo delle funzioni cardiocircolatorie che comprendono l’ipertensione, l’obesità, il fumo, l’attività fisica, il diabete; il caso del deficit visivo, invece, si inserisce nell’altra serie di studi che riguardano la sordità, l’isolamento sociale, il basso livello di istruzione; è un fattore di isolamento, di minore stimolazione intellettuale e volontà di essere presenti nelle dinamiche sociali».

Si può prevenire e vale anche per chi è predisposto 

L’importanza dei comportamenti virtuosi è evidenziata dal fatto che vivere in modo sano può contrastare l’insorgenza delle malattie in cui il declino cognitivo è caratterizzante anche negli individui con un elevato rischio genetico o con malattie già diagnosticate.
«I fattori di prevenzione sono tantissimi e sono quelli che promuovono una vita sana sia mentale che fisica», dice Trabucchi. 
Sono tutti elementi modificabili (gli «stili di vita» di cui si sente molto parlare): il resto lo fa la predisposizione genetica, che però conta per poco più della metà (55%).

70.000 anni di vita in salute guadagnati 

La Commissione, composta da 27 esperti mondiali sulla demenza, ha stilato anche 13 raccomandazioni per i governi: i costi globali per la salute e i servizi sociali legati alla demenza sono stimati in oltre 1 trilione di dollari all’anno e sono destinati ad aumentare vertiginosamente perché il numero di persone che vivranno con malattie che riducono le funzioni cognitive è destinato a quasi triplicare entro il 2050, passando da 57 milioni del 2019 a 153 milioni di persone, soprattutto nei Paesi a basso reddito (negli Stati Uniti e Regno Unito la percentuale di anziani affetti da demenza è diminuita, in particolare tra coloro che vivono in aree socio-economicamente avvantaggiate).

Comprendere le linee di indirizzo per prevenire la demenza già da bambini è anche un modo allora per «ridurre le disuguaglianze rendendo gli stili di vita sani il più possibile accessibili a tutti», ha commentato Gill Livingston, dell’University College London, autore principale dello studio. 

In una ricerca separata pubblicata contestualmente sulla rivista The Lancet Healthy Longevity, gli studiosi hanno delineato quale potrebbe essere l’impatto economico dell’implementazione di alcune di queste raccomandazioni, usando l’Inghilterra come esempio
I risparmi che si potrebbero raggiungere sarebbero di oltre 4 miliardi di sterline con un guadagno di oltre 70.000 anni di vita (QALY) in perfetta salute.

ilMedicoRisponde

1 agosto 2024

Source – Corriere.it – Salute