Tumore alla prostata: una nuova terapia accende la speranza


Riflettori puntati su un nuovo, promettente studio inerente il tumore alla prostata, la forma di neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini in Europa, dove ogni anno si registrano circa 470mila nuovi casi. E tra tutte le diagnosi, il 15% riguarda il carcinoma alla prostata definito ad alto rischio, per la maggiore probabilità che si ripresenti dopo le cure o vada incontro a metastasi. Ed è proprio su questi casi più delicati ma tutt’altro che rari che si è focalizzato lo studio PROTEUS, che ha evidenziato i benefici di una terapia farmacologica combinata prima e dopo il trattamento chirurgico. Ecco di cosa si tratta.
Chi sono i pazienti ad alto rischio
«L’alto rischio di recidiva e metastasi riguarda i pazienti che presentano un carcinoma prostatico ancora localizzato, ma molto aggressivo, oppure localmente avanzato, cioè che ha già interessato i tessuti circostanti la prostata», premette il professor Bernardo Rocco, direttore UOC (Unità Operativa Complessa) della Clinica Urologica del Policlinico Gemelli di Roma e ordinario di urologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «In pratica, occorre considerare tre fattori: il valore del PSA (Antigene Prostatico Specifico), il grado di aggressività e lo stadio a cui è giunta la neoplasia. Un tumore di piccole dimensioni può risultare all’esame istologico molto aggressivo, mentre uno meno aggressivo può avere già coinvolto le strutture limitrofe».
Lo studio nei dettagli
Dopo un’attenta selezione dei pazienti lo studio PROTEUS, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, ha coinvolto 2.109 soggetti con carcinoma prostatico ad alto rischio, circoscritto o localmente avanzato, ma privo di metastasi a distanza.
Per tutti i pazienti reclutati nello studio è stato previsto un percorso terapeutico comprendente la prostatectomia radicale, cioè l’asportazione della prostata, delle vescicole seminali e dei linfonodi pelvici. La terapia farmacologica che accompagna l’intervento, però, è stata diversa. «Tutti i pazienti hanno ricevuto, per circa sei mesi prima e sei mesi dopo l’intervento, l’ADT cioè la deprivazione degli ormoni androgeni che favoriscono la crescita del tumore», prosegue il professor Bernardo Rocco. «Al primo gruppo è stata associato anche apalutamide, un farmaco ormonale di nuova generazione che si assume per bocca. Il secondo gruppo, invece, definito “gruppo di controllo”, ha ricevuto per lo stesso periodo l’ADT più un placebo, ovvero una pillola priva di principio attivo».
La superiorità della terapia combinata
Risultato? «A distanza di 5 anni dall’intervento, la percentuale di pazienti vivi e liberi da metastasi risulta del 78,2% nel primo gruppo trattato anche con apalutamide e del 73,5% nel gruppo di controllo», spiega il professor Rocco. In pratica, questa innovativa terapia combinata ha portato a circa 5 pazienti in più vivi e senza metastasi, con una riduzione relativa del rischio di quest’ultime o di morte del 20%. Già al momento dell’intervento, inoltre, nell’8,9% dei pazienti trattati con apalutamide il tumore era scomparso all’esame istologico o ne rimaneva una quantità minima, contro l’1% del gruppo di controllo».
Un altro vantaggio è il tempo guadagnato prima di dover affrontare nuove cure. Nei pazienti che hanno ricevuto anche apalutamide, il tempo medio prima di iniziare nuovi trattamenti, come la radioterapia o l’assunzione di farmaci, è stato di circa sei anni, 74 mesi per l’esattezza, contro una media di 3 anni e mezzo (41 mesi) del gruppo di controllo. Ovvero una differenza di quasi tre anni che non va però intesa come un beneficio garantito a ogni paziente. Circa la ripresa e la progressione della malattia messe in conto dallo studio, compreso il rialzo del PSA, il tempo mediano senza questi eventi è stato di quasi 5 anni (57 mesi) con la terapia combinata contro poco più di 3 anni (38 mesi) nel gruppo di controllo.
Le prospettive future
Benché un incremento di 4,7 punti percentuali possa sembrare poco agli occhi dei non addetti ai lavori, si tratta di un beneficio importante per i pazienti ad alto rischio di recidiva e metastasi. Un beneficio che acquista ulteriore valore se si considera il tempo in salute guadagnato prima di affrontare nuove cure. Occorre ricordare che dietro questi numeri apparentemente anonimi si celano volti, persone, casi umani e che i progressi in termini di sopravvivenza libera da malattia non sono all’ordine del giorno. Non è però ancora dimostrato che questo trattamento combinato, oggetto dello studio PROTEUS, prolunghi anche la sopravvivenza complessiva a lungo termine. Per verificarlo, bisognerà continuare a seguire i pazienti.
Aumenta la probabilità di sopravvivenza
«Studi come PROTEUS segnano un passo avanti nell’evoluzione delle cure, mostrando che una terapia combinata prima e dopo l’intervento può migliorare il controllo della malattia nei pazienti selezionati ad alto rischio», commenta il professor Bernardo Rocco. «Da una parte, infatti, si riduce la concentrazione degli androgeni circolanti, dall’altra si interviene con una molecola di nuova generazione che blocca i loro recettori. Combinando questi due meccanismi di azione, diversi e complementari, si riesce ad aumentare la probabilità di sopravvivenza libera da metastasi».
Gli effetti collaterali
L’aggiunta di apalutamide può comportare reazioni avverse. Tra queste, la comparsa di eruzioni cutanee, prevalentemente di entità lieve o moderata, riscontrata nel 33% dei pazienti del primo gruppo contro il 15% di quello di controllo. E nel complesso la comparsa di reazioni avverse importanti è stata di circa il 40% (primo gruppo) contro il 31% (gruppo di controllo). È quindi importante valutare i benefici insieme alla tollerabilità al trattamento. Un’ultima nota: l’impiego di apalutamide prima e dopo la prostatectomia non è ancora autorizzato dall’Unione Europea, ma in alcuni centri ospedalieri italiani è possibile richiedere di essere trattati con il nuovo farmaco tramite percorsi dedicati.
Source – starbene
