Sulla pagina Instagram «Peso…
Sulla pagina Instagram «Peso positivo» la 24enne racconta le paure e i disagi di chi soffre di disturbi alimentari e quali sono i modi sani per gestirli e chiedere aiuto. Oggi in Italia i malati superano i tre milioni
«Non dobbiamo trattare il corpo come un oggetto. Il nostro corpo siamo noi. Noi sentiamo, viviamo e parliamo attraverso il corpo di cui siamo fatti. E dobbiamo imparare ad ascoltarlo, a trasformarlo in un alleato, non in un nemico da punire, e a prendercene cura». Giulia Mir, 24 anni, di Milano, si è ammalata di anoressia in adolescenza. Un giorno, chiusa nella sua stanza senza più un filo di energia, le è caduto dalle mani l’archetto quasi invisibile del violoncello che stava suonando e in quel momento lì ha capito che per continuare a fare musica, la sua passione più grande, avrebbe dovuto tornare a mangiare.
La pagina Instagram «Peso positivo»
«Allora ho accettato di farmi aiutare. Non si guarisce dalla sera alla mattina, ogni storia ha il suo tempo. È importante affrontare la malattia in tutti i suoi aspetti e intraprendere un percorso sia psicologico sia di rieducazione nutrizionale. Il mio appiglio per non mollare è stata la musica, l’unica cosa che mi faceva sentire viva e mi ha dato lo stimolo per rinascere». Giulia oggi, oltre a studiare filosofia e pianoforte, insieme a Beatrice Mauri (anche lei ex paziente anoressica, con cui ha condiviso il ricovero in una clinica di riabilitazione), sulla pagina Instagram «Peso positivo» racconta le paure e i disagi di chi soffre di disturbi alimentari e quali sono i modi sani per gestirli e chiedere aiuto. «Peso positivo» è un’iniziativa online nata nel 2021 per volontà dell’associazione monzese Famiglia Peppino Fumagalli, con l’obiettivo di fare prevenzione e informazione sui disturbi del comportamento alimentare.
Fragilità emotiva da curare
I post sono preparati con la supervisione scientifica di un team di psicologhe, psichiatre, pediatre e nutrizioniste. Il messaggio che Giulia lancia in occasione della nona Giornata internazionale sui disturbi alimentari e che rivolge a familiari e amici di ragazze e ragazzi che hanno un rapporto problematico con il cibo, è questo: «Andrebbero evitate frasi come “mangi troppo poco, devi mangiare di più” o “ma perché ti fa paura mangiare questo e quest’altro, i veri problemi nella vita sono altri”. Se volete dare un supporto a chi ha bisogno di aiuto è fondamentale non utilizzare un linguaggio colpevolizzante, perché anoressia e bulimia sono delle malattie vere e proprie dietro a cui si nasconde una fragilità emotiva che va curata».
Aprire uno spazio di dialogo
La comunicazione non deve essere neppure risolutiva: dire «sarà solo un po’ di ansia, vedrai che ti passerà» non accoglie la complessità del problema e lo riduce a una debolezza passeggera. Occorre, invece, aprire uno spazio di dialogo e impostarlo alla prima persona singolare per mettere in primo piano la propria preoccupazione e non la difficoltà dell’altra persona. Si potrebbe esordire così, per esempio: «Mi sembra di vederti un po’ più triste del solito, hai voglia di parlarne? Guarda che io sono qui e ti ascolto». Giulia e Beatrice portano la loro esperienza e il loro percorso di guarigione anche nelle classi di studenti. «Da settembre ad aprile abbiamo incontrato venti scuole superiori in tutta la Lombardia» riferisce Giulia.
Relazioni come strumento di cura
I risultati di «Peso positivo» e delle altre iniziative e campagne di sensibilizzazione sui disturbi alimentari esplose in questi ultimi anni cominciano a vedersi. «Dagli incontri con gli studenti e dai messaggi che ci arrivano sulla nostra pagina Instagram abbiamo riscontrato che le nuove generazioni hanno molta più familiarità con queste malattie, sanno cosa sono e non ci chiedono cosa devono fare per stare meglio ma a chi possono rivolgersi per ricevere aiuto. Questo è un passo in avanti molto significativo. Si è capita l’importanza delle relazioni come strumento di cura dopo che la pandemia ha penalizzato il contatto con gli altri».
Tre milioni di malati in Italia
Guardando ai numeri, stiamo assistendo a un’escalation. «In Italia nei primi anni 2000 le persone che soffrivano di disturbi dell’alimentazione erano circa 300mila, oggi hanno superato i 3 milioni» sottolinea Laura Dalla Ragione, psichiatra e direttrice della rete di servizi sui disturbi del comportamento alimentare dell’Usl Umbria 1 e del numero verde nazionale dedicato (800180969). Se non si interviene in tempo possono essere fatali. «Le conseguenze sono depressione, limitazione della vita sociale e lavorativa, compromissione di apparati cardiaco e gastrointestinale, osteoporosi, fino alla morte per arresto cardiaco o suicidio».
Le patologie meno note
«Nel 2023 i decessi legati a queste malattie sono stati 3.780, la seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali» spiega Dalla Ragione. Tra i disturbi dell’alimentazione sempre più diffusi nel nostro Paese, aggiunge, «ci sono anche patologie meno note come l’ortoressia, ossia la ricerca ossessiva di una dieta sana, la vigoressia, che consiste nell’eccessiva attenzione per la forma fisica, la diabulimia, riferita ai pazienti con diabete di tipo 1 che omettono la dose di insulina per dimagrire, e il disturbo da alimentazione incontrollata, il binge eating disorder, caratterizzato da grandi abbuffate senza metodi di compensazione, a cui segue un aumento di peso e, spesso, l’insorgere di patologie come l’obesità».
Trentamila calorie in un giorno
Il binge eating, secondo uno studio italiano del 2019 pubblicato sulla Rivista di psichiatria, nelle persone con obesità o in sovrappeso è presente in forma lieve in circa il 30 per cento dei casi e in forma severa intorno al 12 per cento. «La persona arriva a ingerire in poco tempo da 3mila a 30mila calorie, pari a otto colombe pasquali, senza provare alcun piacere, fino a stare male emotivamente e fisicamente. Lo fa fuori dalla vista degli altri, di solito di notte, e nasconde il cibo in casa o in macchina se convive con qualcuno – dice la psichiatra -. Un’altra modalità di consumo è il cosiddetto “grazing”, che in inglese significa brucare. In questo caso la persona mangia ininterrottamente dal mattino alla sera, in modo autodistruttivo. Alla base di questi comportamenti disfunzionali c’è sempre una grave depressione e una scarsa autostima».
L’allarme obesità (anche nei bambini)
Quanto all’obesità, già nel 1997 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’aveva definita un’epidemia globale, ma l’Italia l’ha riconosciuta come malattia cronica solo nel 2019, attraverso una mozione approvata all’unanimità dall’Assemblea plenaria della Camera, che impegna il governo a promuovere attività di prevenzione e cura mirate. Una persona con obesità è tale quando il suo indice di massa corporea (ossia il risultato del rapporto tra il peso in chilogrammi e il quadrato dell’altezza in metri) è superiore a 30. L’Istat stima nel 2021 una quota di uomini adulti affetti da obesità del 12,9 per cento e una quota di donne pari all’11,1 per cento. Dieci anni prima la media nazionale era dell’8,5 per cento. Tra i bambini è un’altra emergenza. I valori di obesità in età pediatrica in Italia sono tra i più alti in Europa.
Cibo con funzione consolatoria
Il sistema di sorveglianza «Okkio alla salute» dell’Istituto superiore di sanità (Iss), ha rilevato che nel 2023 i bambini di 8-9 anni con obesità sono il 9,8 per cento (nello specifico, il 9,4 per cento delle femmine e il 10,3 dei maschi) contro il 9,4 per cento del 2019. «L’obesità è l’altra faccia dei disturbi del comportamento alimentare – rimarca Dalla Ragione – a causa dello stigma che discende dall’idealizzazione della magrezza nella nostra società. La persona attribuisce al cibo una funzione consolatoria e ne diventa dipendente. Uscire da questa malattia è molto difficile. Le stesse diete restrittive diventano dei fattori di ricaduta se il paziente non segue anche una terapia psicologica». Non tutti i Centri dedicati ai disturbi alimentari sono attrezzati per la presa in carico del binge eating e dell’obesità.
I Centri per i disturbi alimentari
«Possono esistere dei Centri ad hoc per la cura dell’obesità oppure ci si può rivolgere a un ambulatorio specialistico di malattie metaboliche e a uno psicoterapeuta. Noi abbiamo una struttura interamente dedicata a questa patologia a Città della Pieve e nella stagione estiva organizziamo dei camp riabilitativi di 8-12 settimane per adolescenti dai 12 ai 17 anni, che includono attività fisica, fisioterapia, laboratori di cucina, di danza e teatro, gruppi di educazione nutrizionale e di psicoterapia». Per cercare il servizio di diagnosi e cura dei disturbi alimentari più vicino a casa è possibile consultare la piattaforma online dell’Iss: piattaformadisturbialimentari.iss.it.
Source – Corriere.it – Salute

