Influenza e vaccini: è il momento di fare chiarezza

“Da quando ho preso il Covid mi ammalo più facilmente”. “Io una volta non sapevo neanche cosa fosse l’influenza e adesso la prendo ogni anno”. “A mio figlio di aghi non ne faccio vedere uno neanche a chilometri di distanza!”. Non sono le affermazioni di chi partecipa a una riunione no-vax, ma le opinioni, diffusissime, che la gente comune esprime nella sala d’attesa del medico, davanti a scuola, a cena fra amici. Dopo la “Grande Pandemia” il mondo scientifico ha imparato tanto (sviluppando anche nuovi farmaci per altre malattie gravi), mentre noi, in buona parte, siamo ancora lì a dirci: ma i vaccini servono o, addirittura, peggiorano le cose? Alzi la mano chi non ha almeno un dubbio in proposito. Perciò ci siamo rivolti a uno dei virologi più famosi e preparati sull’argomento, sopravvissuto anche lui non solo alle epidemie passate («Perché mi vaccino!»), ma anche a minacce e accuse pesanti sulla sua autorevolezza e indipendenza. È il professor Fabrizio Pregliasco, docente universitario, Direttore sanitario dell’IRCCS Galeazzi di Milano e presidente Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze).

Anche i suoi pazienti affermano di prendere l’influenza (o il Covid) più di prima?

Sì, succede di frequente. Molte persone dicono di ammalarsi più spesso rispetto a prima e tendono a ricollegare questo fenomeno al Covid, o alla vaccinazione. Ciò però non vuol dire che sia vero, perché molte volte non c’è un aumento reale del virus influenzale circolante. Nel linguaggio comune, infatti, i pazienti tendono a chiamare “influenza” tutto ciò che causa febbre, spossatezza, tosse, raffreddore e mal di gola. Ma questi sintomi possono avere altre cause: rinovirus, adenovirus, virus respiratorio sinciziale, polmoniti… Dopo la pandemia siamo diventati molto più attenti ai segnali respiratori, li ricordiamo meglio e ricorriamo più spesso al medico, persino al Pronto Soccorso.

Ma dopo la pandemia le influenze sono aumentate?

Tolte le limitazioni (distanze obbligate, mascherine), in molti Paesi c’è stato un notevole aumento, che ha coinvolto sia stagioni diverse da quelle usuali, sia le età dei pazienti. Uno studio pubblicato su Advanced Science nel 2025, tratto dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su 116 Paesi, ha stimato che durante il periodo delle restrizioni, rispetto alle previsioni sull’influenza, abbiamo avuto un calo della malattia del 46,3%. Nel primo inverno, dopo la fine degli obblighi sanitari, il dato è salito del 131,7% rispetto alle proiezioni. Ma questo dimostra un rimbalzo epidemiologico statistico, non un indebolimento immunitario causato dai vaccini.

Si parla di “debito immunitario”, un danno permanente alle difese dell’organismo…

Io lo chiamo “divario immunitario”, non si tratta di una perdita generale della capacità di difendersi dalle malattie: il nostro sistema di difesa non si è impigrito, né è rimasto danneggiato. Durante gli anni delle mascherine e del lockdown molti patogeni hanno iniziato a circolare pochissimo perché non trovavano sufficienti vittime per replicarsi. Quindi, gli anticorpi che si sono formati per contrastarli hanno avuto meno occasioni di lavorare e attivarsi, mentre in parallelo è cresciuto il numero di bambini che non avevano mai contratto i virus precedenti. Allora, quando sono ripresi in pieno i contatti sociali, le persone sprovviste di difese specializzate contro certe malattie si sono ritrovate particolarmente esposte. Insomma, è aumentato il serbatoio di chi è suscettibile ad ammalarsi a causa di uno specifico agente infettivo, mai incontrato prima. Come è successo a tutti con il Covid, all’inizio della sua diffusione.

È quello che chiamate Immune imprinting?

Esatto! È il fenomeno per cui il primo incontro con un virus, attraverso l’infezione ma anche la stessa vaccinazione, lascia una sorta di impronta nella memoria immunologica. Così, quando l’organismo incontra successivamente nel tempo lo stesso virus, o una variante di esso, tende a richiamare a difesa innanzitutto le cellule che se lo ricordano perché lo hanno già combattuto, quindi lo riconoscono.

Le mascherine hanno anche indebolito le difese?

Hanno evitato moltissimi contagi e conseguenze gravi, ma non hanno danneggiato il sistema immunitario o “atrofizzato” le nostre difese. Hanno fatto circolare di meno virus e altre malattie, dandoci anche il tempo di sviluppare i vaccini per quelle che non li avevano.

Non pochi credono che i vaccini per il Covid abbiano reso la popolazione più esposta ai virus…

Non secondo le attuali conoscenze scientifiche. Il vaccino per il Covid induce una risposta mirata, senza determinare un’immunodepressione generalizzata. L’attivazione delle difese contro questo virus è transitoria e controllata, lavora per il tempo richiesto e non sottrae risorse agli anticorpi che si devono occupare di altre malattie. Molte affermazioni diffuse nei circuiti no vax derivano da articoli scientifici pubblicati da autori online che non hanno passato la peer review, cioè il controllo di altri scienziati esperti del settore che ne valutano la qualità prima della pubblicazione ufficiale su una rivista scientifica. Oppure, da piccoli studi di laboratorio o semplici correlazioni (“ho fatto il vaccino e sono stato male”). Un’ipotesi non diventa vera perché viene ripetuta sui social, ma perché vanta risultati clinici coerenti, riproducibili e confermati da altri studi indipendenti. E conferme su questo tema, a oggi, non ce ne sono.

Influenza, Covid, pneumococco: ma fare troppe vaccinazioni non è eccessivo?

Non esiste una batteria immunitaria che si scarica perché vengono effettuati troppi vaccini: i loro antigeni stimolano popolazioni cellulari specifiche e diverse fra loro.

E oggi com’è la situazione immunitaria generale?

Non possiamo affermare scientificamente che il debito/divario immunitario passato sia stato definitivamente estinto. Gli adulti hanno superato e assorbito il grande rimbalzo di malattie post pandemiche. Il problema rimane in parte in alcuni gruppi in età pediatrica, quindi più suscettibili ad ammalarsi.

Quanto spesso un adulto prendeva l’influenza prima del 2020?

Uno studio che ha ricostruito la storia delle infezioni da influenza ha stimato che, dopo i 30 anni, un adulto contraeva il virus mediamente due volte ogni 10 anni, mentre nei bambini e nei giovani ciò succedeva due volte ogni due anni. Serve però ricordare che avere febbre e altri sintomi non significa per forza ”influenza”. Molte di queste, poi, sono lievi e non riconosciute. Dire “prima non la prendevo mai”, quindi, ha poco senso, e non è scientificamente affidabile.

E adesso quanto spesso si prende in Italia?

Non possiamo affermare che oggi ogni adulto contragga il virus più frequentemente rispetto al pre-pandemia. Le stagioni influenzali successive sono state infatti caratterizzate da una circolazione irregolare anche se, in alcuni casi, più intensa o anticipata nel tempo. Inoltre, molti episodi comunemente definiti “influenza” sono in realtà provocati da altri virus respiratori.

Come difendersi dalla prossima ondata in modo semplice e pratico?

A rischio di essere ripetitivo, ma con la certezza ormai che funzioni, lavarsi spesso le mani, soprattutto al rientro a casa. Poi cambiare bene l’aria negli ambienti. Restare nella propria abitazione se si ha la febbre o sintomi respiratori importanti (tosse con dolore al petto, per esempio, forte mal di testa). Sui mezzi usiamo la mascherina. Gli anziani ai primi sintomi sentano il medico: esistono farmaci antivirali molto efficaci se utilizzati per tempo.

E la vaccinazione antinfluenzale?

È disponibile, lo sarà per tutta la stagione, va fatta adesso e il Ministero della Salute la raccomanda ai bambini dai 6 mesi ai 6 anni, agli ultra sessantenni, alle donne in gravidanza, ai malati cronici, ai familiari e caregiver di persone ad alto rischio.

Come sarà quest’anno

L’anno scorso l’influenza ha toccato i 17 milioni di casi, con 10mila ricoveri ospedalieri per complicanze respiratorie e circa 8mila decessi. L’altra peculiarità è che il virus ha anticipato: invece di arrivare a gennaio-febbraio ha colpito maggiormente a dicembre. «Ma non aspettiamo troppo per vaccinarci», avverte Fabrizio Pregliasco. E le previsioni per questa stagione? «Per quello che posso ipotizzare, mi aspetto una stagione influenzale meno pesante. Stiamo monitorando i virus A(H3N2) con il sottogruppo K e l’Organizzazione mondiale della Sanità ha già aggiornato la composizione dei vaccini. In ogni caso se, come spero, andrà meglio dell’anno scorso, questo non cambia nulla nelle persone fragili e malate o anziane: per loro non c’è una stagione “migliore” delle altre».

Il sistema immunitario ha un nuovo antifurto

Un nuovo studio, pubblicato su Nature Immunology e coordinato dall’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Pavia e l’Università Vita-Salute San Raffaele, ha mostrato come alcune cellule immunitarie, quando un microrganismo si attacca alla loro superficie, si accorgono di questo stimolo meccanico e attivano un segnale infiammatorio. Ciò vuol dire che il sistema immunitario può iniziare a reagire nelle primissime fasi dell’infezione, prima ancora di avere identificato il virus o batterio attraverso i suoi segnali molecolari, quelli che percepiscono certi recettori (PRR). «Si tratta di un primo studio che dovrà essere approfondito, ma è molto interessante», commenta Fabrizio Pregliasco.

«Siamo abituati a pensare alle nostre difese come a un apparato che riconosce il “nemico” attraverso specifiche caratteristiche molecolari. Ma questa ricerca suggerisce che esiste una sorta di sistema di allarme più precoce: le cellule possono percepire fisicamente l’intruso e iniziare a reagire prima ancora di averne identificato con precisione la natura. È un po’ come un antifurto che scatta quando qualcuno prova ad aprire una porta. Un meccanismo estremamente efficace, perché nelle infezioni il tempo rappresenta un elemento fondamentale: anticipare anche di poco l’attivazione della risposta innata può contribuire a contenere la diffusione del patogeno. Se i risultati verranno confermati, le prospettive potrebbero essere importanti».

Source – starbene