Oncologia, è la complessità clinica a (ri)disegnare i percorsi di cura


L’innovazione terapeutica, la disponibilità di strumenti diagnostici sempre più sofisticati e l’evoluzione di molte patologie oncologiche verso la cronicità, e in alcuni casi verso la guarigione, impongono una riflessione sui modelli organizzativi dell’assistenza. Una riflessione che non può prescindere dal territorio, elemento ormai fondamentale di una moderna pianificazione assistenziale, ma che deve partire da una domanda concreta: se le strutture oncologiche territoriali sono oggi nelle condizioni di sostenere la crescente complessità della malattia oncologica.
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Il Cipomo Day
È questo uno degli interrogativi sui quali abbiamo costruito il Cipomo Day 2026, una “tre giorni” di lavori che coinvolge le realtà ospedaliere più decentrate delle tre macroaree del Paese – Nord, Centro e Sud, – e affidando a coloro che rappresentano la prima linea dell’assistenza il compito di raccontare opportunità e difficoltà della pratica clinica quotidiana. L’obiettivo è fotografare la realtà assistenziale attuale e, contemporaneamente, contribuire a costruire il futuro dell’oncologia.
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Il tema non è (o non è più) semplicemente trasferire attività dall’ospedale al territorio. Occorre comprendere quali prestazioni possano essere garantite nelle diverse strutture, con quali competenze professionali, quali tecnologie e quali possibilità di accesso ai farmaci innovativi e ai test diagnostici abilitanti, oggi indispensabili per orientare molte scelte terapeutiche. Non basta affermare il principio della prossimità delle cure: dobbiamo creare le condizioni perché questa prossimità si traduca in appropriatezza, sicurezza ed equità assistenziale.
Superare la rigidità dei percorsi
In questo scenario è necessario superare una visione rigida dei percorsi oncologici, che attribuisca preventivamente determinate patologie ai centri di maggiore specializzazione e altre alle strutture territoriali. La frequenza o la rarità di un tumore non possono rappresentare, da sole, il criterio che determina dove debba essere assistita una persona. È la complessità clinica, nelle diverse fasi della malattia, a orientare le scelte organizzative.
La falsa dicotomia tra tumore ‘raro’ e ‘frequente’, e le reali necessità del paziente. Una neoplasia rara può richiedere competenze altamente specialistiche nella fase diagnostica o nella definizione della strategia terapeutica, ma non necessariamente la stessa intensità assistenziale durante tutto il percorso. Allo stesso modo, un tumore molto frequente può presentare condizioni cliniche che richiedono il coinvolgimento di strutture ad alta specializzazione. Il modello deve quindi plasmarsi sulle necessità della persona, prevedendo la possibilità di passare da un livello assistenziale all’altro e di ritornare sul territorio quando le condizioni cliniche lo consentono.
Source – Il Sole 24 ORE – Salute
