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I dati di un sondaggio in Lombardia: morsi e attacchi saliti del 44% nelle città. Sale anche il numero di casi sociali e di chi ha abbandonato il proprio animale
La Giornata mondiale del cane randagio accende ogni anno i riflettori su un fenomeno sociale che impatta notevolmente sulle nostre società. Anche se non sempre ce ne accorgiamo. Perché i cani di strada tendono ad essere invisibili, salvo nei casi di branchi problematici che però di solito vengono subito individuati e messi in sicurezza. E anche perché questa invisibilità, laddove i servizi di gestione del randagismo funzionano, viene comunque trasferita in strutture dedicate, rifugi e canili sanitari, che dovrebbero essere di accoglienza, e così le intendono gli operatori e i volontari che li gestiscono, dove i trovatelli vengono accuditi nell’attesa di trovare una nuova casa e una nuova famiglia. Ma che in molti casi diventano esclusivamente di detenzione. Per alcuni addirittura un carcere in cui scontare un ergastolo senza che vi sia stata una condanna. Perché non tutti i cani hanno oggettive possibilità di essere riadottati. Quelli di alcune razze, pitbull e molossoidi in genere, per la nomea che si portano appresso e magari per una asocialità che hanno sviluppato a causa di una gestione sbagliata dei loro precedenti proprietari, non sono i più gettonati nelle richieste di affido. Perché fanno paura. E perché comunque non sono cani per tutti.
Il fenomeno non è nuovo e lo abbiamo raccontato diverse volte. Un sondaggio condotto dall’Anci Lombardia tra i Comuni che vi fanno capo certifica ora in termini numerici quanto questi cani sono o sono stati un problema serio per tutti i sindaci nell’ultimo triennio. Le amministrazioni comunali sono tenute per legge a predisporre iniziative per gestire il randagismo sui loro territorio. Devono affidare servizi di accalappiamento e provvedere poi al mantenimento in canile degli animali recuperati nei loro confini. Due voci di spesa, soprattutto la seconda, che diventano sempre più pesanti e anche a causa dell’aumento di cani cosiddetti problematici che, con le loro detenzioni lunghe, finiscono con l’incidere molto sui bilanci. Risorse che potrebbero essere gestite diversamente se non ci fosse l’emergenza attuale.
Perché è di questo che si deve parlare, di emergenza. Non tanto per l’aspetto economico, che comunque ha un suo peso. Ma perché visto dall’altra parte, dal fronte dei canili e dei rifugi, l’aumento del numero di pibull e simili significa meno spazio per tutti gli altri cani (per la loro problematicità sociale devono infatti essere tenuti da soli in box che normalmente potrebbero ospitare più animali), ma anche difficoltà per il personale che se ne deve occupare, visto che richiedono tempo e attenzioni maggiori. Le strutture sono dunque al collasso. Questi cani , come detto, non sono facilmente adottabili e rischiano dunque di restare nelle gabbie per la loro intera esistenza. Smettendo quindi di vivere davvero, perché dietro le sbarre la vita, anche quella di un cane, non è vita.
Oltretutto la detenzione peggiora le caratteristiche comportamentali che li hanno portati fin lì. «La restrizione prolungata in ambienti confinati – si puntualizza nella nota che accompagna i risultati del sondaggio – li rende pericolosamente reattivi tanto da mettere in difficoltà anche gli operatori che operano nelle strutture convenzionate».
Il sondaggio, dunque. Vi hanno preso parte 187 Comuni, il 12% del totale, un numero considerato statisticamente significativo anche perché composto da enti di dimensioni diverse e con diverse caratteristiche sociali e geografiche, dove dunque anche il fenomeno si manifesta in misura differente. Il problema è sentito di più nei centri abitati di maggiori dimensioni. I risultati più significativi sono che i sindaci hanno registrato nell’ultimo triennio un aumento dei casi di aggressioni e morsicature da parte di pitbull e in generale da terrier di tipo bull e molossoidi pari al 22%. Percentuale che raddoppia al 44% prendendo in considerazione solo i Comuni con più di 10 mila abitanti. Aumentano anche i casi sociali, ovvero quelli connessi a provvedimenti giudiziari, sfratti, persone senza fissa dimora, contesti famigliari fragili, che hanno portato ad un aumento degli animali presi in carico del 20%, percentuale che anche in questo caso si accresce, fino al 45%, nel caso dei comuni più grandi. C’è stato poi un aumento del 6% (16% nei centri maggiori) delle richieste di intervento delle forze dell’ordine per situazioni connesse a questo tipo di cani, con conseguente presa in carico degli animali da parte delle amministrazioni. E, dato che nella Giornata del cane randagio assume un rilievo non trascurabile, nello stesso periodo preso in considerazione c’è stata una crescita del 19%, che diventa 40% nei centri più grandi, delle rinunce di proprietà da parte dei cittadini.
Quest’ultimo riscontro ha molto a che fare con le motivazioni che inducono le persone a scegliere di avere cani di questo tipo. Si tratta di scelte spesso inconsapevoli, di certo fatte con leggerezza, dettate dalla volontà di avere cani di razze che vanno di moda in certi contesti sociali perché ritenute in grado di conferire uno status di potere per una malintesa proprietà transitiva della pericolosità dell’animale sul suo detentore. Va precisato, come abbiamo fatto spesso, che non è il cane ad essere pericoloso, ma il modo con cui viene gestito, che ne influenza il comportamento e il carattere. La struttura fisica di questi cani fa si che nelle mani sbagliate possano diventare oggettivamente pericolosi.
Molto spesso è spesso la loro origine a portare in loro la tara dell’asocialità: in molti casi questi animali non arrivano da allevamenti professionali ma da cucciolate improvvisate da parte di persone che non hanno le competenze per gestirle, che distaccano i piccoli dalle loro madri prima del tempo e che spesso portano avanti il tutto in cantine, garage o altri luoghi inadeguati per igiene e dimensioni. A ciò si aggiunga il fatto che anche chi poi se li porta a casa non ha la preparazione necessaria per farli crescere equilibrati.
Di qui le richieste di una regolamentazione della loro detenzione che stenta tuttavia a decollare. Si parla spesso di un patentino obbligatorio per la detenzione di certe razze e il comune di Milano lo ha già previsto, anche se non prevede una formazione preventiva sul campo ma solo teorica e con corsi che possono essere svolti anche solo online. E si parla spesso anche di creare delle black list di razze considerate pericolose, peraltro di difficile attuazione considerando il numero di animali già in circolazione che certo non potrebbero essere rastrellati ed eliminati. Senza tralasciare la prevenzione, fatta di azioni informative ma anche di campagne di sterilizzazione e di interventi legislativi per porre fine alle cessioni incontrollate di animali.
«Più che di black list – sottolinea Elisa Cezza, della Lega nazionale del cane, operatrice al canile di Segrate, uno dei più attivi della città metropolitana di Milano – bisognerebbe parlare di save list, di cani da salvare, visto che il loro destino è spesso segnato in partenza. Avere proprietari responsabili, consapevoli e preparati non è una imposizione o una vessazione, bensì un modo per tutelare la società, i proprietari stessi e in primis i cani, per evitare che finiscano nelle nostre strutture per poi non uscirne più».

