Sono in prevalenza di origine…

Sono in prevalenza di origine virale (ma possono essere scatenate anche da batteri), caratterizzate dalla comparsa di un esantema in forma di chiazze rossastre, papule, pustole, vescicole o arrossamento eritematoso

Con la revisione scientifica di Francesca Ippolita Calò Carducci, Unità operativa di Malattie infettive, Ospedale Bambino Gesù di Roma

Eruzione cutanea

Con «malattie esantematiche» si intendono una serie di malattie infettive, in prevalenza di origine virale (ma possono essere scatenate anche da batteri), caratterizzate dalla comparsa di un esantema, cioè un’eruzione cutanea in forma di chiazze rossastre, papule (piccoli rilievi della pelle), pustole (quando la lesione contiene il pus), vescicole (bollicine con liquido sieroso all’interno) o arrossamento eritematoso su alcune parti del corpo. Lo sfogo della pelle è normalmente accompagnato da uno o più altri sintomi. I più comuni sono: prurito, febbre, mal di testa, mal di gola, dolori articolari, stanchezza anomala, perdita di appetito, diarrea. In età pediatrica le malattie esantematiche più frequenti sono: morbillo, scarlattina, rosolia, varicella, quinta e sesta malattia, «mani, piedi, bocca» (la quarta malattia è considerata inesistente e viene piuttosto definita come una variante leggera della scarlattina, detta scarlattinetta). Queste malattie possono essere contratte in tutte le stagioni dell’anno. Sono generalmente benigne ma sono possibili forme severe o complicanze (che nel morbillo possono essere anche fatali) che rendono indispensabili il ricovero ospedaliero e talvolta cure intensive. Per questo motivo non appena il genitore sospetta che il bambino possa avere una malattia esantematica deve mettere al corrente il pediatra di base, che saprà indicare il trattamento più adeguato, le norme igieniche e i comportamenti protettivi da adottare.

I vaccini obbligatori

Solo contro morbillo, varicella e rosolia esistono dei vaccini protettivi, che sono obbligatori per tutti i nuovi nati dal 2017 e sono offerti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale: il bambino riceve la prima dose al secondo anno di vita e il richiamo a 5-6 anni. Se anche la mamma è vaccinata o ha contratto precedentemente queste malattie trasmette al feto gli anticorpi durante la gravidanza, che gli forniranno protezione fino ai primi sei mesi di vita. Svanita l’immunità, in attesa di avere l’età giusta per fare la prima iniezione di vaccino – quindi fino ai 13 mesi compiuti -, il bambino resta potenzialmente esposto anche a morbillo, varicella e rosolia. Se il fratellino o un altro parente stretto contraggono la malattia, il medico può valutare di anticipare la somministrazione di vaccino sotto l’anno di età.

Morbillo altamente contagioso

Il morbillo è causato da un virus appartenente al genere dei Morbillivirus. Si trasmette da persona a persona sia per via aerea attraverso le goccioline di saliva o del respiro, emesse dal soggetto infetto quando respira, parla, tossisce e starnutisce, che si diffondono nell’aria, sia per contatto diretto con secrezioni infette. Proprio per queste modalità di diffusione, la malattia è altamente contagiosa e quando si condividono gli stessi ambienti l’unico modo per proteggersi è indossare una mascherina con un alto potere filtrante (di tipo Ffp3). Il periodo di incubazione è in media di due settimane (varia da un minimo di 6 giorni a un massimo di 21). La persona è contagiosa nei cinque giorni precedenti e fino a sette giorni successivi alla comparsa delle macchie rossastre, l’esantema tipico di questa malattia, che parte dalla faccia per poi diffondersi su tronco, braccia, pancia e infine gli arti inferiori (quasi mai l’eruzione si manifesta su mani e piedi). Prima del rush cutaneo generalmente compaiono: febbre alta, tosse, rinite, congiuntivite, fotofobia e una sensazione di malessere generale. Il morbillo è una malattia potenzialmente grave e letale per le serie complicanze che può provocare. In fase acuta di malattia, circa il 5% dei bambini possono andare incontro a una polmonite lieve, moderata o severa, contro cui non esiste una terapia specifica. Nelle forme più gravi il bambino arriva ad avere un’insufficienza respiratoria e viene intubato e ricoverato in rianimazione. Un caso su mille viene colpito da encefalite, ossia un’infiammazione del cervello che procura un forte mal di testa, febbre, vomito, fino alle convulsioni e al coma. I casi più complicati possono avere danni a livello neurologico con esiti permanenti (il più frequente è la cecità). Ma le complicanze possono manifestarsi anche a distanza di molto tempo dall’infezione (in media 7-10 anni dopo). In un caso su 10mila il virus, infatti, può raggiungere il cervello e annidarsi qui restando silente finché non scatena una panencefalite subacuta sclerosante, cioè un disturbo degenerativo del sistema nervoso centrale che causa inizialmente più sonnolenza, poi deficit cognitivi, motori e sensitivi fino a portare il bambino a uno stato vegetativo e infine alla morte.

Varicella pericolosa in gravidanza

La varicella, il cui responsabile è il virus varicella zoster, si presenta dapprima con delle papule che diventano vescicole e poi croste. La varicella, allo stesso modo del morbillo, si trasmette sia per contatto diretto con una lesione cutanea sia per via aerea. Il bambino è contagioso da un paio di giorni prima del rush cutaneo fino a quando compaiono le croste. In genere si guarisce nel giro di 7-10 giorni. Mentre il periodo che intercorre da quando si contrae il virus alla manifestazione dei sintomi è di due settimane. Le vescicole provocano prurito e il 5% dei bambini, grattandosi, va incontro a una sovrainfezione batterica della pelle. Altre possibili complicanze in corso di infezione sono: l’encefalite, la polmonite, l’epatite, l’artrite e la glomerulonefrite (un’infiammazione ai reni). Dopo due-tre settimane circa, invece, si potrebbe avere atassia cerebellare, ossia un’infiammazione del cervelletto con conseguente perdita di equilibrio. Per i casi più complessi è necessaria l’ospedalizzazione. Si può ricorrere a uno specifico farmaco antivirale nei casi più a rischio di complicanze. Ma il virus della varicella non viene mai eliminato (anche dopo aver assunto l’antivirale) e resta inattivo, dormiente, nelle fibre nervose per sempre oppure per anni, risvegliandosi in età adulta, in condizioni di stress psicofisico e abbassamento delle difese immunitarie, causando l’herpes zoster, comunemente chiamato «fuoco di Sant’Antonio», un’infezione molto dolorosa che colpisce i nervi sensoriali di una parte del corpo, a cui si associano di solito delle vescicole pruriginose e dolenti. Prendere la varicella in gravidanza può essere molto pericoloso per il feto. Se l’infezione viene presa dalla mamma entro le prime venti settimane di gestazione c’è un rischio di circa il 10% di trasmissione del virus al feto, che può sviluppare una sindrome da varicella congenita. Le conseguenze possibili sono: interruzione della gravidanza o gravi malformazioni alla nascita. La varicella neonatale è quella che il neonato può avere se la mamma contrae il virus da 5 giorni prima a 2 giorni dopo il parto e nel 30% dei casi porta alla morte del bambino.

Rosolia, dolore ai linfonodi

La rosolia, causata dal Rubella virus, consiste nella comparsa di piccole macchioline di color rosso chiaro che dalla faccia e dal collo si espandono poi su tutte le altre parti del corpo. Un altro sintomo specifico della rosolia è il gonfiore e dolore dei linfonodi dietro il collo e le orecchie. Il contagio avviene tramite il cosiddetto droplet, ossia l’emissione ravvicinata di goccioline di saliva generate dalla persona infetta quando respira, parla, tossisce o starnutisce. Il periodo di incubazione dura da 14 a 23 giorni e la malattia è contagiosa da 4-5 giorni prima a 4-5 giorni dopo l’eruzione dell’esantema. In gravidanza la probabilità di trasmettere il virus al feto è altissima e il virus può portare all’insorgenza di gravi malformazioni e morte fetali. Non esistono terapie mirate.

La scarlattina non rende immuni

La scarlattina è provocata da un batterio, lo Streptococco beta emolitico di gruppo A, che si contrae sempre tramite le goccioline respiratorie. L’esantema è formato da piccole macchie di color rosso scuro (scarlatto, appunto) localizzate su tutto il corpo e sono più evidenti a livello delle pieghe cutanee, di ginocchia, gomiti, inguine e ascelle. Si trasmette attraverso le goccioline di saliva e del respiro (il cosiddetto droplet) e il periodo di incubazione è di 2-3 giorni. Il bambino è contagioso fino a 24 ore dopo aver iniziato la terapia antibiotica. Dopo la guarigione non si diventa immuni, quindi è possibile ammalarsi di scarlattina più di una volta nella vita. Raramente il germe può diffondersi e determinare la comparsa di gravi complicanze come sepsi, polmonite, cellulite (un’infezione batterica della cute e del tessuto sottocutaneo), osteomielite (infezione dell’osso) e nei casi più gravi fascite necrotizzante (infezione dei tessuti sottocutanei, che causa la necrosi delle cellule e setticemia se non trattata bene e in modo tempestivo) o sindrome da shock tossico streptococcico. Si possono, inoltre, avere complicanze tardive come la malattia reumatica e la glomerulonefrite.

Quinta malattia, sintomi e rischi

Il segno della quinta malattia è un esantema facciale: il bambino ha le guance calde e sembra che sia stato preso a schiaffi sul volto. Le macchie possono interessare anche il tronco, le braccia e le cosce. Responsabile di questa malattia è il Parvovirus B19 e il veicolo di trasmissione, anche in questo caso, è il droplet. L’incubazione del virus dura da 5 giorni a massimo due settimane. L’esantema è anticipato da sintomi simil-influenzali (durante i quali il bambino risulta contagioso) che comprendono: febbricola, tosse, raffreddore. Una volta che arriva lo sfogo cutaneo il bambino non è più contagioso e la malattia si risolve spontaneamente in meno di una settimana. Non esistono trattamenti ad hoc contro il virus della quinta malattia: il bambino può assumere antipiretici e antidolorifici contro i sintomi. Le complicanze dell’infezione sono rare e comprendono: anemia (riduzione del numero dei globuli rossi), per la quale può essere necessaria una trasfusione, leucopenia (riduzione del numero dei globuli bianchi), piastrinopenia (riduzione delle piastrine), artrite e miocardite, ossia un’infiammazione cardiaca che può essere molto severa. Se il bambino lamenta una stanchezza importante e inusuale che persiste anche in assenza di febbre è bene richiedere un controllo medico urgente per escludere una di queste conseguenze. Se la mamma contrae il virus in gravidanza nel 30% dei casi infetta il feto, che rischia la morte in pancia se l’infezione viene trasmessa nelle prime 20 settimane di gestazione. Per evitare il peggio, si raccomanda alla donna incinta che entra in contatto con una persona malata di eseguire sempre un test diagnostico su sangue per capire se ha già preso la malattia in passato (e quindi ha gli anticorpi) o se è in quel momento infetta. In caso di positività al virus, la donna sarà sottoposta a monitoraggi ecografici settimanali per un paio di mesi per controllare se il feto sviluppa anemia. Se così fosse si esegue una trasfusione in utero.

Sesta malattia, non ci sono terapie

A scatenare la sesta malattia è l’herpes virus umano di tipo 6. La manifestazione dell’esantema è sempre preceduta da circa tre giorni di febbre alta (in certi casi con delle convulsioni), durante i quali il bambino è massimamente contagioso. Il virus si trasmette tramite droplet. Quando la temperatura corporea torna alla normalità spuntano delle macchioline rossastre in prevalenza concentrate sulla pancia e sulla schiena, con possibile estensione al volto, braccia e gambe. Neppure per questa malattia esistono terapie antivirali mirate.

Mani, piedi, bocca

Con «mani, piedi, bocca» si intende una malattia infettiva causata da virus intestinali appartenenti alla famiglia degli enterovirus, che provoca delle vescicole sui palmi delle mani, le piante del piede e all’interno del cavo orale. Talvolta l’esantema coinvolge anche la zona inguinale, i genitali e il sederino. Si contrae sempre tramite le goccioline respiratorie o il contatto con saliva, secrezioni nasali e feci della persona infetta. La malattia ha un decorso di 5-10 giorni. L’incubazione dura 3-7 giorni e il bambino è contagioso per circa una settimana (anche se l’eliminazione fecale del virus può durare anche un mese). La complicanza più grave a cui può andare incontro il bambino è la disidratazione per il dolore che prova nella deglutizione. Se il bambino fa fatica a bere e se dopo 4-5 ore lascia il pannolino asciutto bisogna portarlo al pronto soccorso per la somministrazione di liquidi in via endovenosa. I bambini si disidratano più in fretta degli adulti perché disperdono più facilmente liquidi con la respirazione e perché il loro peso corporeo è costituito da acqua per il 75% contro il 60% negli adulti. 

6 agosto 2024 ( modifica il 6 agosto 2024 | 12:35)

Source – Corriere.it – Salute